Poi si cresce.
Si impara a giudicare. Si impara l’efficienza. Si impara a guardare le cose attraverso la loro funzione, il loro risultato, il loro prezzo. Si acquisiscono più strumenti per affrontare la vita, eppure, da qualche parte lungo il cammino, sembra che si perda anche qualcosa.
La pazienza di fermarsi davvero a guardare.
La capacità di avvicinarsi a qualcosa senza averne bisogno per forza.
Per questo, quando vediamo un bambino fermo a bordo piscina, che aspetta con assoluta serietà che Sora torni a emergere, può nascere una sorta di silenziosa nostalgia.
La nostalgia di vederlo ancora dentro quello stato d’animo in cui un piccolo “delfino” può spuntare dall’acqua, e in cui un pomeriggio qualunque può bastare da solo.
Ed è forse proprio per questo che quella sensazione appare così preziosa — e anche un po’ fragile. Viene naturale volerla proteggere.
Perché gli adulti sanno che un giorno capirà che non è un delfino. Che è soltanto una macchina.
Ma prima che arrivi quel giorno, quella capacità di vedere il mondo come vivo, gentile e vicino resta già qualcosa di raro.