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Materia & Abitudini · Maggio 2026
L'ospitalità come grammatica della casa
Esistono due gesti che, in qualsiasi cultura abitativa, definiscono
l'arte del ricevere: apparecchiare una tavola e porgere un asciugamano.
Tutto il resto, dell’ospitalità domestica, ne è conseguenza.
Sono codici antichi, depositati in millenni di consuetudini domestiche
dal Mediterraneo al Nord Europa, dalle case patrizie alle abitazioni
contadine. Nutrire e asciugare: due verbi che precedono ogni
formalità di accoglienza, due gesti che la storia della cultura
materiale ha sempre trattato come
fatti
totali della vita domestica, capaci di tenere insieme economia,
rito e affetto.
Non a caso, sia la tovaglia che l’asciugamano hanno avuto, per
secoli, lo statuto di corredo: oggetti che si tramandavano, si
ricamavano con le iniziali, si custodivano in cassettoni dedicati.
Erano la misura silenziosa della cultura del ricevere di una casa.
La tavola
La tovaglia è, prima di tutto, un elemento architettonico
temporaneo: ridisegna la superficie del tavolo, ne attenua i contorni,
introduce una cesura tra il legno utile e lo spazio rituale del pasto.
La cultura contemporanea dell’abitare ha riportato attenzione su
questi gesti come
soglie simboliche,
capaci di trasformare la stanza prima che chiunque si sieda. Un runner,
una composizione di lino e cotone, dei tovaglioli di tessuto: non sono
ornamento, ma sintassi.
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L’ospitalità comincia molto prima dell’arrivo
dell’ospite. Comincia con il modo in cui si dispongono le cose
che lui non sa di aspettare.
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Il bagno
Se la tavola è lo spazio pubblico della casa, il bagno ne
rappresenta il rovescio: la stanza più intima, l’unico
ambiente in cui un ospite si ritrova solo. La tradizione del bagno
padronale, dall’Inghilterra georgiana fino alle ville lombarde
del primo Novecento, codificava con precisione la disposizione della
biancheria: asciugamani di lino grezzo per il mattino, di cotone più
morbido per la sera, sempre piegati in tre e disposti su una superficie
dedicata.
Quella codifica raccontava una cosa precisa: la cura di chi non vediamo.
Un asciugamano pulito, scelto bene, è una forma di prossimità
che non chiede di essere ricambiata. Nessuno ringrazia per
l’asciugamano. Eppure sono proprio gli oggetti che non chiedono
attenzione a costruire l’identità affettiva di una casa:
ciò che si percepisce senza nominarlo, ciò che si ricorda
senza saperlo.
La materia che dura
Questa cultura del ricevere ha sempre poggiato su una premessa
materiale: che la biancheria fosse cucita per durare. Il cotone a
fibra lunga, il lino tessuto stretto, le orlature ribattute a macchina
e rifinite a mano sono parametri che la modernità tende a
considerare lussuosi, mentre per generazioni sono stati semplicemente
lo standard del fatto bene.
Una tovaglia di puro cotone, lavata cinquanta volte, è diversa
da quella che era alla quinta: la trama si distende, il colore prende
profondità, la mano cambia. Il lino, in particolare, appartiene
a quella rara categoria di tessuti che diventano più belli con
l’uso. È la ragione per cui le biancherie da corredo del
secolo scorso, ancora oggi conservate nei cassettoni delle case di
campagna, hanno una qualità tattile che la produzione
industriale contemporanea fatica a replicare — e che il
laboratorio di Purocotone, a Surano in Puglia, continua a perseguire
un capo alla volta, cucito su misura.
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laboratorio di Surano, in Puglia. Lo sconto è automatico, non
prevede codici, ed è valido anche sui formati su misura.
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